Il Riflesso Avventuroso

Un mio racconto (illustrato)

Il riflesso era molto orgoglioso di sé stesso.  Essere riflessi è una cosa strana: intanto si riflette di tutto, oggetti, persone, animali, piante, a seconda di dove si è e di cosa o chi passa davanti; poi si percepisce tutto e solo quello che si riflette, così per esempio si è tristi se la persona che magari si ha davanti piange o allegri se sorride. Si impara in questo modo, dai pensieri di chi si riflette, per cui ci sono riflessi ignoranti, capitati su uno specchietto all’angolo di una stradina di periferia e mai mossi di lì in tutta la loro vita, che hanno riflesso solo qualche automobile o bambino o gatto o passero, e riflessi saputelli, per esempio sulla porta a vetri di qualche grande grattacielo per la quale passano persone affaccendate in continuazione. Il nostro era un riflesso avventuroso, che sfruttava la legge dei riflessi, secondo la quale un riflesso si può spostare ogni qualvolta riflette qualcosa di a sua volta riflettente, per viaggiare.

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Un riflesso in rue de Rennes

(Parigi, 2010).

Era nato in un tiepido mattino di primavera, nel bagno di una tranquilla famiglia piccolo-borghese di Roma, quando gli operai venuti a ristrutturarlo avevano liberato un grande specchio dalla sottile pellicola adesiva che lo ricopriva per proteggerlo. Anzi, veramente era nato ancora prima, in un’oscura officina, sotto un macchinario, ed era inizialmente sopravvissuto a stento grazie a della luce che entrava da un’apertura nell’imballaggio, ma siccome aveva riflesso solo oggetti inanimati non sapeva nemmeno di esistere fino a quel momento. La sua prima finestra sul mondo furono le mani sciupate e poi il viso dell’operaio, ed intuì che era stanco ed innervosito, pareva perché alla proprietaria della casa non andava bene come aveva disposto delle piastrelle, non avendo fatto caso a far corrispondere tra loro i quadretti alternati, piú chiari e più scuri, per cui doveva rimettersi a lavorarci sopra, ma lui non sapeva ancora cosa significassero quelle parole.

Successivamente, per diversi mesi la sua era stata una vita piuttosto monotona, rifletteva quasi sempre le larghe mattonelle grigio-rosate e l’angolo della vasca da bagno sulla parete di fronte, salvo brevi momenti in cui i membri della famiglia gli passavano davanti, o aprivano l’anta dell’armadio a muro che lo specchio nascondeva per prendervi asciugamani o medicine o ancora, magari, si fermavano appunto a specchiarsi. In questo modo, benché lentamente e poco a poco, imparò una quantità di cose e le parole corrispondenti per esprimerle; imparò anche a conoscere bene le abitudini della famiglia, una cravatta da annodare qui, un po' di trucco da mettere o togliere là, corse mattutine per andare al lavoro, a cui si aggiungevano le crisi adolescenziali della ragazzina, che veniva davanti allo specchio a fare boccacce od a fumarsi una delle sue prime sigarette; imparò alla fine, grazie a lei, anche a leggere, perché prese l’abitudine di recitare davanti allo specchio brani di commedie o poesie, e lui con il tempo riuscì a collegare le parole che diceva ai segni neri sui libri.

...(segue)